Tasse troppo alte? C’è sempre Hong Kong

Secondo l’Economist, nel 1990 le imprese multinazionali erano 37 mila con 175 mila filiali (ovvero un rapporto di meno di 5 filiali per impresa). Nel 2003, queste cifre erano cresciute rispettivamente a 64 mila e 875 mila (con un rapporto cresciuto a oltre 13 filiali per impresa). Al momento del fallimento la Enron aveva 692 compagnie registrate nelle sole Isole Cayman. Secondo il Senato degli USA sarebbero necessari dieci anni di indagini per districare la matassa societaria messa su dalla stessa Enron.

Le compagnie offshore vengono create a un ritmo di 150 mila l’anno, e sono a milioni in tutto il mondo. Questo senza contare organismi quali i trust offshore e le fondazioni che non hanno obbligo di registrazione e sui quali non c’è modo di fornire una stima.

Ecco un esempio semplice sul principio e sul meccanismo che rende conveniente costituire una società in un paradiso fiscale per una moltitudine di operazioni: una multinazionale con sede in un Paese occidentale (per esempio l’Italia) produce parti per l’elettronica.

Ovviamente, data l’insostenibile e ingiustificata pressione fiscale italiana, la produzione delle parti avviene materialmente in un Paese che promuove gli investimenti stranieri (in Cina Popolare), ad un costo di 10 dollari, mentre il prodotto finito viene venduto in Italia e all’estero per 100 dollari. Se il passaggio avvenisse direttamente dalla Cina Popolare all’Italia, l’impresa dovrebbe pagare le imposte sui profitti previste dalla legge vigente in Italia (in questo caso, per semplificare e trascurando gli altri costi, su 100 – 10 = 90 dollari).

L’impresa costituisce però una filiale in un paradiso fiscale (Hong Kong, per esempio, che è certamente il più sicuro e meglio organizzato).

A questo punto la ditta in Cina Popolare vende alla filiale di Hong Kong la sua produzione per 10 dollari. La filiale in Hong Kong rivende a sua volta alla casa madre in Italia per 100 dollari.

Questo significa che il profitto di 90 dollari è stato realizzato nel paradiso fiscale di Hong Kong, dove non esiste una tassazione dei profitti derivanti da transazioni avvenute fuori la ristretta area Hong Kong SAR. La casa madre in Italia compra dalla filiale in Hong Kong e rivende le parti di prodotto al suo compratore finale sempre a 101 dollari, realizzando un utile imponibile di 1 dollaro, e pagando le imposte su quel dollaro.

Nel caso la vendita da Hong Kong all’Italia avvenisse a 105 dollari, l’impresa in Italia registrerebbe addirittura una perdita, e potrebbe quindi usufruire degli sgravi fiscali e dei sostegni che potrebbero eventualmente essere messi a disposizione dagli Stati per le imprese in perdita.

Naturalmente, questo esempio varrebbe benissimo anche qualora l’impresa italiana non avesse una propria filiale in Cina Popolare ma acquistasse direttamente dai suoi fornitori (solitamente produttori che lavorano in conto terzi).

Infatti, l’azienda Italiana non dovrebbe far altro che aprirsi una società in Hong Kong SAR (una società leggerissima e a costi fissi annui irrisori), acquistare dai suoi fornitori a 10 dollari, attraverso la propria società di Hong Kong, pagare i 10 dollari, attraverso la propria azienda di Hong Kong, e dipoi fatturare all’impresa italiana (cioè alla propria impresa) i 100 dollari di cui si diceva di sopra.

La ditta italiana potrebbe anche fatturare direttamente i 100 dollari alla sua cliente italiana usando la sua ditta di Hong Kong e far consegnare direttamente la merce a destino, attraverso la costituzione e l’intermediazione della sua società di Hong Kong, senza dover far muovere alcuna persona fisica dalla sede Italiana.

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